Semi · Silicon City · viaggio

Semi di Sami

(pasta) madre

Ho fatto la pasta madre.

Non volevo ridurmi a queste cose da tipica massaia italiana che si mette a fare tutto in casa… ma è successo. Diciamo che è successo dopo che un giorno, al supermercato, ho trovato solo il lievito chimico (la baking powder), e cercando su internet pro e contro, modalità d’uso e abuso, mi sono poi imbattuta in miriadi di pagine sul come fare il lievito in casa, preparando la pasta madre.

Ora, a dire il vero, a leggere tutti i blog di queste mamme, donne, zie, zii, ex pizzaioli, che ti dicono come fare ‘sta pasta madre mi ero quasi convinta a lasciar perdere. A parte i tempi biblici, tipo quattordici giorni, mi spaventava un po’ questo rapporto simbiotico che si instaura tra cultore della pasta madre e batteri…

Ma poi anche mia zia Anna mi ha dato  l’input. Mi ha dato una ricetta facile facile, che ovviamente non rivelerò, e ho provato.

Poi, in realtà, sono tornata sui blog vari, ho preso nota e mi sono messa anche io a coltivare la mia pasta madre. Sono al secondo esperimento, il primo è andato male…

Non c’è speranza. Finirò anche io a scrivere pagine sui miei batteri e su come ‘rinfresco’ il composto, su quale farina usare, sulle temperature migliori per far lievitare la pizza…

Zumba-

Udite udite… mi sono iscritta in palestra. Un po’ perché devo dimagrire, un po’ per tenermi in forma, un po’ per produrre serotonina… ma in realtà, il motivo top della lista è che qui molte palestre hanno uno spazio in cui tengono i bambini mentre si fa workout. A pagamento, ovviamente, ma con prezzi davvero competitivi: 35 dollari al mese per lasciare il pargolo anche 2 ore al giorno … Così due, tre volte a settimana Franky gioca in questa specie di ludoteca…

La prima volta che sono andata in palestra per informarmi su prezzi e corsi mi è venuto incontro Joey. Dopo aver saputo che sono italiana, mi ha fatto un sorriso a trentadue denti e mi ha detto: ehi, non vedi? – e indicava la targhetta col suo nome,- mi chiamo Joey! Joey Frease! (nota: Joey è un nome che molti immigrati davano ai loro figli, penso sia Giovanni)

“Ah, cavolo! – gli ho detto, – eh, già! Ti chiami Joey… come ho fatto a non capirlo subito!”

Vabbeh… dopo un’ora durante la quale mi ha fatto vedere le foto di sua nonna, alla quale, per altro, ha giurato che assomigliavo tantissimo (!), della sua bisnonna,  delle zie mentre preparano la pizza, la prozia in treno e, ovviamente, di tutti i suoi cugini che abitano a New York e a San Mateo, mi ha illustrato tariffe e condizioni. Alla fine mi aveva quasi convinto a fare un abbonamento annuale con aggiunta di personal trainer. Quasi.

Ci ho pensato un po’ e qualche settimana fa sono tornata e ho pagato per un periodo di prova. Mi spiace per Joey, ma assolutamente no personal trainer.

Così sto provando tutti questi corsi: da zumba a yoga, passando per pilates, kickboxing, bodycombat.

Devo dire che per ora mi piace. Dato che si incontrano i soggetti più strani e allo stesso tempo le persone più comuni e ovvie, mi diverto a frequentare le classi. I più divertenti sono tutti questi cinesi di una certa età che a vari livelli fanno kickboxing (alcuni tentennano, altri si vede che sono calati perfettamente nella parte), ma anche le signore del pilates non scherzano. Le classi di zumba le ho dovute abbandonare perché il grande clima da disco – villaggio turistico non riesco a sopportarlo (in realtà non so andare a tempo, ma questa è un’altra storia…).

Franky nel frattempo sta con Tanya e altri bambini in un grande spazio con palle, scivoli e giochi. E si diverte.

Io riesco a finire la mia ora di corso e sono soddisfatta.

2016-11-07-practice-pilates

Routine

E così passano i giorni.

Ci svegliamo, ci inventiamo una colazione, Carmen Sofia prende il  monopattino, Franky mi da la mano e voliamo verso la scuola. Mentre andiamo, a volte, Carmen Sofia mi dice:

‘Mamma, cosa vedi da lontano?’

‘Vedo le zampe del lupo! Corriamo!’ – le rispondo.

E poi continua a chiedermelo dieci o quindici volte, e ogni volta devo girarmi ed elencare tutte le parti del lupo che vedo: le orecchie nere, gli occhi gialli, il pelo grigio, le zampe…

Insomma, le giornate passano: palestra, pasta madre, un po’ di spesa, il lupo che ci insegue, un giro da target, qualche ora al parco, a volte pranzo a scrocco da Linkedin con Dorris…

Historic Murphy street, Martin Murphy Jr e il cucchiaino

Il lunedì mattina mi do appuntamento nella strada centrale di SUNNYVALE, Historic Murphy’s street, così chiamata per ricordare il fondatore della città, che nel 1850 arrivò da queste parti spinto, come tutti a quell’epoca, dalla corsa all’oro.

Historic Murphy street è una strada che collega El camino real, una sorta di via Emilia della California, alla stazione di Sunnyvale del Caltrain . La stazione in origine si chiamava Murphy Station, una sorta di ricompensa per Martin Murphy Jr , che aveva acconsentito a far passare la strada ferrata per i suoi terreni.

Insomma, per quanto recente, Murphy street è quello che, da queste parti, più si avvicina all’idea di strada storica.

E in Historic Murphy street c’è il mio bar preferito, dove mi prendo il mio cappuccino. Nel frattempo Franky dorme o si arrampica sulle sedie o va avanti e indietro per il locale o pretende che gli dia un po’ di schiuma con il bastoncino che qui si usa al posto del cucchiaino.

Sì, qui non esiste il concetto di cucchiaino del caffè.

Dato che per gli americani caffè significa bicchierone con beverone al caffè, il cucchiaino annegherebbe e si perderebbe subito tra i vortici e i retrogusti di cannella e noce moscata. Per cui preferiscono dare al cliente un bel bastoncino di legno per aiutare a sciogliere gli zuccheri. Peccato che con ‘sto bastoncino bere il caffè perde tutta la magia … e quanto al cappuccino… beh… un po’ difficile gustarsi il fondo con 3 millimetri di legno.

Odio questo bastoncino.

Ricciolina come papà

Una mattina, mentre bevevo il mio cappuccino, si avvicina un signore sulla settantina e mi inizia parlare. Aveva sentito che parlavo in italiano con Franky e subito ha voluto farmi sapere la sua storia.

Si chiama Domenico, è qui dal 1970, viene dall’Abruzzo e dopo aver fatto tanti lavori si è messo a fare il parrucchiere. ‘Ma a evo studiato la professione  Roma, certamente, avevo fatto, come si dice, la bottega per imparare.’ Prima aveva un suo negozio, poi la crisi, poi gli affitti troppo alti… ora ha una sedia in un salone comune (che poi è il co-working dei parrucchieri). Non torna in Italia da un po’ di anni. ‘Prima volevamo mettere via un po’ di soldi, poi, sai com’è, magari devi fare una visita, un’altra cosa…’ Poi mi ha raccontato della storia di Sunnyvale, di come l’ha vista cambiare. ‘Era tutto un frutteto: albicocche, ciliegie, un profumo… arance…’.

Così un giorno l’ho chiamato perché volevo mettere a posto i riccioli di Carmen Sofia.

Ricciolina come papà.

 

p.s. Ovviamente mi scuso con i fedelissimi per la lunga assenza… sto raccogliendo semi.

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