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Il nostro primo thanksgiving

Il Thanksgiving è l’altra grande festa nazionale degli americani -la prima è il 4th of July. Le scuole chiudono, le aziende chiudono (Apple ha mandato tutti in vacanza per una settimana!), anche i negozi chiudono, almeno mezza giornata, roba che qui non succede MAI.

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la storia

Il quarto giovedì di novembre è il giorno del ringraziamento, Thanksgiving, come dicono qui.

La storia la si trova un po’ ovunque (qui, qui, qui), la si legge nei libri e, effettivamente,  è bello ricordarla. O per lo meno, è bello ricordare la prima parte di quella storia.

Nel 1620, sulle coste dell’attuale Massachusetts, attracca la Mayflower, la nave con la quale i famosi ‘Padri Pellegrini’ (in totale 102 passeggeri tra uomini, donne e bambini) avevano affrontato la traversata dell’Oceano per insediarsi sulle coste del nuovo continente. I Padri Pellegrini, celebrati come i fondatori degli Stati Uniti, sono una congregazione di puritani calvinisti brownisti (e già qui potremmo fermarci) che nasce dopo la proclamazione della Chiesa Inglese. I suoi seguaci lasciano l’Inghilterra e vanno prima in Olanda, dove per un breve periodo pensarono di poter vivere e professare la propria religione, e poi salpano per il nuovo mondo. Da qui ‘pellegrini’.

Giungono verso ottobre, dopo un lungo e travagliato viaggio. Al loro arrivo l’inverno non fu clemente e molti morirono. La primavera successiva venne fondato sulla costa il loro primo villaggio, che chiamarono, giusto per alimentare la malinconia di casa, Plymouth (il nome della città da cui erano partiti).

Secondo la storia tramandata, alcuni Native Americans della tribù dei Wampanoag  andarono a  fare visita ai nuovi arrivati e offrirono il loro aiuto e le loro conoscenze:  insegnarono loro a coltivare prodotti locali come il mais, ad estrarre lo sciroppo dalle piante d’acero, a distinguere le piante commestibili da quelle velenose, a pescare. Insomma, li salvarono.

Grazie a questo incontro, l’anno successivo, nel 1621, gli inglesi poterono raccogliere dai loro campi granoturco in abbondanza e superare, così, l’inverno. Per ringraziare gli uomini che li avevano aiutati, venne organizzata una grande festa. Secondo le cronache del tempo, gli indigeni portarono cinque cervi, si mangiarono zucche, pannocchie, il famoso tacchino… la festa durò tre giorni, fu il primo Thanksgiving della storia.

In realtà, in breve tempo cambiarono i termini del discorso. I contatti con gli indiani d’America divennero da subito conflittuali – vennero sterminati- e il Thanksgiving, che veniva comunque sempre festeggiato, divenne festa di un ringraziamento un po’ più generale, un po’ indiscriminato e indisciplinato. Destinatario di tutta la gratitudine fu principalmente Dio. Sugli indiani si mise una croce sopra.

Il giorno del ringraziamento per il popolo dei Native Americans, è un giorno di lutto. In rete si trovano tante pagine, poesie, articoli e blog in cui si racconta tutto quello che seguì quella famosa festa del 1621: alleanze, promesse, tradimenti e, infine, il totale annientamento degli Indiani d’America.

Cosa rimane

Oggi il Thanksgiving in America è diventato ‘a big deal’. Tutti lo festeggiano, si ricordano sommariamente gli avvenimenti della Mayflower, ma poi tutto devia sul tacchino, sulle ricette per fare ottime pumpkin pies, cramberries sauce etc.

Qualcosa di buono da tutta quella faccenda è, comunque, rimasto nel DNA degli  statunitensi: la loro capacità di accogliere. Difficilmente troverete qualcuno che vi dirà che gli americani sono freddi e distanti: feste, biscotti, striscioni con Welcome a caratteri cubitali.

Il Thanksgiving è diventata una festa dello stare insieme, in famiglia o tra amici. Come tutte le feste che si rispettino è diventata anche occasione per spendere, spandere, consumare, mangiare.

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il nostro thanksgiving

Ma passiamo a noi e alle cose serie.

Mi rattristava un po’ non festeggiare il giorno del ringraziamento, anche perché tra poco ricorre l’anniversario del nostro arrivo. Per cui abbiamo deciso di fare una bella festa e abbiamo invitato Dorris e la sua famiglia a pranzo.

Oltre al mitico Jing Wei e Will sono venuti anche i genitori di Dorris, arrivati qui il mese scorso, che parlano solo, rigorosamente, cinese.

I bambini hanno saltato, giocato, messo a soqquadro la stanza due o tre volte.
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Io ho improvvisato dei segnaposti con foglie, tappi di sughero, legnetti e fiori trovati nei giardini dei vicini.

Per mezzogiorno eravamo pronti per cominciare.

Menù

Dopo notti insonni abbiamo deciso di non fare il tacchino e di optare per un’arista all’arancia comprata da Costco qualche giorno fa.

Salvo è un mago ai fornelli quando si tratta di cuocere carne e ha fatto una sigillatura degna di uno chef stellato.

Ecco il nostro menù:

Focaccia alla genovese e focaccia con cipolle, gnocchi di Thanksgiving burro e salvia gialli e viola (patate, zafferano e patate viola).

Arista di maiale all’arancia, peperoni in stile calabria-mi-manchi,

pannocchie per non dimenticar quel 1621 e

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pecan pie con panna montata, che è una torta che adoro.

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I nostri ospiti hanno molto gradito la nostra festa italo americana ‘in famiglia’.

Il nonno ha pure fatto un brindisi in cinese alla nostra salute, in stile pranzo calabrese. Qualcosa tipo… ‘Questo vino è bianco e fino, ringrazio il tipo col codino’…  o forse,  ‘questo pranzo già mi incanta, dico grazie a Samantha’ .

Qualcosa del genere, probabilmente in rima, cinese, ovviamente.

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