Silicon City

Un anno nella valley

Tempo, tempo, tempo! Tempo, dove sei? Come passi in fretta, e come non mi lasci altro tempo per fare le mille cose che vorrei fare… come scrivere di quello che vedo giorno dopo giorno, di quello che mi passa per la testa, delle riflessioni che questo vivere mi porta a fare.

Credo che proprio oggi festeggiamo un anno esatto nella nuova casa, quella col camino.

Allora per celebrare questa ricorrenza, direi di fare un po’ il punto della situazione. Tanto Salvatore sta cercando di far dormire i bambini (missione decisamente sempre più difficile) e io posso dedicarmi alla scrittura.

Case, case, case, una dopo l’altra. 

Rose, rosmarino, lavanda, aranci, limoni. Ma guarda! Anche melograni. E chissà se quelle nespole se le mangiano.

Le prendo, non le prendo? Le rubo? Non le rubo? Forse meglio chiedere… ma a chi?

Case, case. Ma, soprattutto ‘frontyard’ . No, non è propriamente un giardino, tantomeno un cortile. È lo spazio lì di fronte alle casette. Frontyards: alcuni aperti, altri recintati, alcuni con l’erbetta fresca verde, altri con l’erba sintetica Alcuni cosparsi di sassolini, altri brown, coperti di corteccia di redwoods. E mentre cammino si vedono in lontananza palme altissime e il logo di Target all’orizzonte, per ricordarmi che: siamo negli USA.

Usciamo da casa, controlliamo che non passi nessuna macchina (non passa nessuna macchina), attraversiamo e via, ha inizio il percorso avventura. Dai quindici ai trenta minuti, a seconda delle prove che dobbiamo superare.

In giro: nessuno.

In verità qualche incontro illuminante l’ho anche fatto.

Come quello davanti alla ‘casa delle meraviglie’, dove il giardino è stato sostituito da una installazione artistica di muretti a secco sormontati da gnomi, zucche, fiori, rane e una ventina di statue di San Francesco. L’eccentrico proprietario mi si è presentato come un discendente della famiglia D’Este. Non sono riuscita a seguire tutta la storia, perché Carmen Sofia e Francesco stavano spostando le statuine, disperdendo i sassolini trasparenti  etc etc, però a quanto pare un suo lontano parente aveva lasciato Ferrara per andare in Inghilterra e da lì in America.

Un’altra volta ho fatto conoscenza di Patrizia, forse la cugina del signor D’Este, le case sono una accanto all’altra e c’è qualche continuità tra i due frontyard.  Come al solito stavo urlando ai miei figli di darsi una mossa (approccio non molto montessoriano, tantomeno steineriano, ma veramente necessario!). Quando ecco che vedo passare questa signora un po’ trasandata sulla sessantina coi capelli bianchi raccolti. La saluto e lei, sentendo che parliamo in Lingua, mi chiede in mezzo mezzo napoletano chi sono, cosa faccio, dove vado. Mi racconta frammenti della sua storia e scopro che ha vissuto a Napoli per vent’anni, ma poi è tornata qui. A casa. Mi offre alcuni mandarini della sua pianta. Franky ne mangia un paio, altri due Carmen Sofia.

Case, case. Alcune case sono più misteriose di altre, alcune trasmettono buone vibrazioni altre sono abbastanza enigmatiche, e non solo ad Halloween.

Bad vibes sicuramente dalla ‘casa disagio’. Una casa grand su due piani, con un rivestimento azzurro sbiadito. Dalle finestre si intravedono cumuli di riviste, scatole, mobili sgangherati, una sedia a rotelle scassata nel patio.

Quando passiamo la mattina, ci sono televisioni accese, sul retro tutta una zona piena di sedie da ufficio disposte a semicerchio davanti ad un grande schermo. È la ‘man’s cave’, come sancisce il cartello attaccato al garage. Qui la sera e il week end si riuniscono una ventina di uomini dai trenta ai cinquanta anni, con birre e cappellino, pronti a guardare la partita (di basket, di football, non saprei esattamente). Qualche panchina sul limite del marciapiede.

La mattina una signora sulla settantina avvolta in una vestaglia giallo oro, sorseggia una bevanda calda, sguardo perso. Si mette davanti al garage, a quell’ora il sole la avvolge e la può scaldare, forse diradare le nebbie che ha negli occhi.

La chiamo ‘disagio’, ma nel dirlo vanto una superiorità che non posso permettermi. Tra l’altro sono anche gentili con noi, la signora e il marito ci salutano sempre. Spesso vedo anche le loro nipotine giocare sul marciapiede.  A volte intravedo le nuore o le figlie. Dai loro alberi da frutto pendono limoni, arance, mandarini…

Eppure tutta la casa, come anche il giardino, sono avvolti da una malinconia assordante. Trasuda dai muri, risale dalle radici delle rose del giardino e stilla dai bellissimi fiori della datura, che, guarda un po’, si chiama anche fiore del diavolo

Case. Case che valgono uno o due milioni. Che da quando Google e Apple hanno deciso che qui e solo qui vogliono aprire nuovi uffici, hanno visto incrementare il loro valore del doppio, del triplo. Case di cartone che valgono un milione  e mezzo di dollari. Case che i manager di Apple o di Google, o di robe così,  vengono e si comprano in contanti, tanti sono i soldi che girano nelle tasche di questi nuovi ricchi ingegneri, manager, leaders etc etc.  Ma non solo. Spesso offrono più del prezzo concordato, giusto per assicurarsi che sì, che sì, quella casa di cartone sarà loro.

Noi nel frattempo camminiamo, tranquilli. Guardiamo come buttano giù le case, come le ricostruiscono, come le vendono. Camminiamo in fila indiana sui muretti. A volte cadiamo.

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Un giorno mentre andavo a prendere mia figlia a scuola mi ferma Judy e mi da il benvenuto ‘nella comunità’. Mi chiede da dove vengo, dove vado, cosa faccio e poi mi sorride e mi dice che mi vede sempre, tutte le mattine e che è entusiasta di quello che faccio ? cioè? ‘You are a great mum! ‘ – Faccio quello che posso, ma grazie, è bello sentirselo dire.

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